palestina libera

Antisemitismo: la solita, indegna accusa.

Non è la prima, e non sarà l’ultima volta, che avviene: chi osa protestare contro Israele, l’occupazione illegale dei Territori palestinesi, la punizione collettiva di un milione e mezzo di persone innocenti, i quotidiani crimini di guerra commessi dal suo esercito è destinato a sbattere contro la trita e ritrita accusa di antisemitismo, la clava usata dagli apologeti di Israele per tacitare la libertà di critica contro l’operato di questo Stato-canaglia.

E tuttavia fa davvero impressione la generale levata di scudi contro il boicottaggio proposto alla partecipazione di Israele come ospite d’onore alla prossima Fiera del Libro di Torino, questo vociare becero e scomposto che, a partire dai quotidiani a maggior diffusione in Italia come il Corsera e La Repubblica, arriva addirittura ad accostare questa legittima, civile e pacifica dimostrazione alle leggi razziali italiane, all’odio antiebraico, all’antisemitismo.

Così come lascia sgomenti il fatto che queste anime belle si dimostrino, al contempo, indifferenti al trattamento a cui è sottoposta la popolazione della Striscia di Gaza, lasciata senza luce, senz’acqua, senza medicinali, affamata, massacrata.

Ed è davvero insopportabile, a breve distanza dalla ricorrenza in cui siamo chiamati, come ogni anno, a commemorare la Shoah e a batterci il petto gridando “mai più!”, che il cinismo e l’ipocrisia dei media e della politica di casa nostra giudichi assolutamente giustificata, se non opportuna, la condanna dei Palestinesi di Gaza a vivere nelle miserevoli condizioni di un campo di concentramento, dove, a somiglianza del campo di cui narra il film “Schindler’s List”, si rischia ogni giorno di morire per la casualità di un colpo di cannone o di un missile targato Israele.

In questo senso, mi pare opportuno segnalare il bell’articolo di Paola Canarutto recentemente apparso su Il Manifesto.



Il 24 gennaio, con il segretario di European Jews for a Just Peace, ho presentato all'Oms, a Ginevra, la nostra lettera contro l'assedio di Gaza.

Li abbiamo ringraziati per aver condannato il taglio dell'elettricità agli ospedali, sollecitandoli a trattare anche della mancanza di acqua potabile e dello sfascio delle fognature.

Poiché sono medico, ho suggerito di denunciare anche la carenza di cibo e l'impossibilità di scaldare le case (mentre Israele minaccia di far mancare, fra poco, anche il gas da cucina): anche questo nuoce alla salute.

L'alto funzionario ha commentato che le loro dichiarazioni sono sempre esito di faticose mediazioni: Israele fa parte dei comitati.

Tornando a casa, mi sono sentita scema: ero andata a Ginevra per dire all'Oms che la fame è nociva!
Alla riunione con gli organizzatori della Fiera del Libro, il consigliere regionale Chieppa del Pdci, il Comitato di solidarietà con il popolo palestinese di Torino ed io avevamo chiesto di porre gli scritti palestinesi sullo stesso piano di quelli israeliani.

La risposta è stata un No secco.

Al governo israeliano, la Fiera serve da autocelebrazione, per far dimenticare le atrocità compiute. Parteciparvi, anche con spirito «critico», vuol dire stare al gioco.

Non basta far credere al mondo intero che Yehoshua (che vuole il muro), Oz e Grossman siano pacifisti: ad Israele, gli oppositori servono per dimostrare la propria «democraticità». Non si finisce in carcere perché si è di B'Tselem. Halper può manifestare per i palestinesi: lui, non lo arrestano.

Chi è arrestato, torturato e ucciso senza processo, sono gli abitanti dei Territori Occupati, coloni esclusi: sono quelli della «razza» e della religione «sbagliata». Ma, poiché questi non hanno la cittadinanza, Israele si proclama «democratico». Lo è persino con i cittadini non ebrei. Sempre che non mettano in causa l'ebraicità dello stato: in tal caso, se sono importanti, rischiano di finire come Bishara, accusato - con una scusa - di tradimento, onde il suo partito, il Balad, finisse allo sbando (come puntualmente è avvenuto); o, se non lo sono, come i palestinesi cittadini israeliani, uccisi dalla polizia all'inizio dell'Intifada. Per queste uccisioni, Israele ha deciso che nessun poliziotto sarà processato.

Lo sterminio degli ebrei è un crimine incomparabilmente più grave della nakba. Ma Israele ne usa il ricordo, non per rifiutare alleanze con fascisti e simili (che dire dell'alleanza con il regime di Videla? del viaggio di Fini? dell'amicizia di Berlusconi, al governo con una Lega razzista?), ma per cacciare i palestinesi.

A compiere lo sterminio furono tedeschi (e polacchi, italiani, etc.): non palestinesi. Responsabili della nakba, invece, furono coloro che vollero uno stato a maggioranza ebraica, e chi li sostenne (Stalin compreso). I palestinesi funsero da capro espiatorio, come dalle prescrizioni del Levitico: quello su cui scaricare i peccati, prima di mandarlo a morire nel deserto. Peccati, notare, non compiuti affatto dal capro (Lv 16, 10.21s.).

La levata di scudi contro il boicottaggio della Fiera suona male: si prese una posizione analoga nel 2006, quando Israele, con gli Usa e l'Unione Europea (anche l'Italia, cioè) boicottarono i palestinesi, per il voto a Hamas?

Allora, nei Territori Occupati, chiusero scuole ed ospedali: i dipendenti non erano pagati. Durante la prima Intifada, Israele aveva chiuso - per anni – scuole e università palestinesi.

Il rettore dell'università di Al-Quds, Nusseibeh, è in ottimi rapporti con Israele: ha firmato un'iniziativa di pace con Ayalon, ex capo dei servizi segreti. Ciononostante, dentro l'università c'è il muro; per entrare e uscire, gli studenti devono passare un posto di blocco. Stante il muro e i checkpoint, occorrono ore per raggiungere, da Betlemme, l'università di Al-Quds; e sono pochi chilometri.

Questi, va da sé, non rientrano fra i boicottaggi culturali: il mondo – diversamente da Parlato – non considera i palestinesi i nuovi ebrei.

I dirigenti della Fiera hanno tenuto a dirci che questa è fortemente sostenuta dalle autorità istituzionali del Piemonte, sindaco di Torino incluso.

Un paio di anni fa, il Comune di Torino aveva fatto sì che diverse organizzazioni scrivessero un testo per insegnanti («Israele/Palestina. Palestina/Israele». Sussidio Informativo, edito dalla Città di Torino e dal Coordinamento di Comuni per la Pace).

Del libretto, dichiaratamente per la non violenza, avevo preparato il capitolo sui movimenti pacifisti israeliani. Quando lo presentammo, nel settembre 2006, il presidente della comunità ebraica insorse. Ad un incontro successivo, invece, non sono stata invitata. Mi dicono che è andato dal sindaco l'ambasciatore israeliano, per spiegargli l’«inopportunità» del testo, perché «non equidistante».

Risultato: il librino è sparito. Nemmeno chi ha scritto il libro sa se il Comune l'ha mandato al macero, o se ne ha sepolto le copie in un ripostiglio, scelto fra quelli più abitato dai topi.
Per molti, non si può chiedere ad un evento letterario, come la Fiera, di essere «equilibrata». Ma se un testo non piace all'ambasciatore israeliano, basta l'accusa di mancato equilibrio perché il Comune si faccia piccolo piccolo, chieda scusa, e nasconda il libro.

È chiaro che in questo caso non si parla di «censura», di «inutilità» di un boicottaggio antidemocratico. Non s'ha da boicottare Israele: chi lo fa rischia di essere definito «antisemita», magari «nazista». Far scomparire un testo, e (più grave) impedire ai palestinesi di andare a scuola, non è boicottaggio culturale. È normale «democrazia» israeliana (esportata, almeno in un caso, anche qui da noi). E, per Parlato, gli ebrei israeliani sono diversi dai sudafricani bianchi. È vero. Sono peggiori: in Sudafrica lo scopo era di sfruttare i neri, non di espellerli.